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Dazi: l'impatto sul fronte dei cambi con il test dei "discorsi opposti"

Inviato da Alessandra Caparello il Ven, 03/08/2018 - 16:06

Non accennano a placarsi le tensioni commerciali in corso tra Cina e Usa, anzi negli ultimi giorni hanno visto una nuova escalation dopo l’annuncio da parte del Dipartimento del Commercio americano di un rialzo dal 10 al 25% delle tariffe contro la Cina, Pechino ha risposto a sua volta minacciando una ritorsione con dazi su prodotti di importazione Usa per 60 miliardi di dollari.


Il tanto discusso tema dei dazi sta avendo impatti a volte contrapposti sul fronte cambi. Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte SIM si sofferma proprio sul tema dei potenziali impatti dei dazi sul cambi, facendo due opposti ragionamenti che emulano il metodo tanto amato dai sofisti nell’antica Grecia dei cosiddetti “discorsi opposti” (“dissoi lògoi” si direbbe in greco antico). Il metodo tramandato dall’epoca all’ombra dell’Acropoli di Atene insegna come sostenere due tesi opposte sullo stesso argomento), con uguale enfasi e convinzione, una sorta di allenamento all’ars oratoria. Cesarano lo elabora in relazione al dollaro.

Primo ragionamento: l’intensificazione dell’ipotesi dazi potrebbe impattare sulla crescita globale, riducendola sensibilmente, riducendo allo stesso tempo anche i possibili rialzi futuri della FED. Se così fosse, l’impatto finale sarebbe quello di favorire un deprezzamento del dollaro;

• Secondo ragionamento: i dazi applicati con un’aliquota molto elevata (al momento l’ipotesi è al 25% su tutti i 250Mld$ di beni presi in considerazione dagli USA), in ultima istanza si risolverebbe in un marcato incremento dell’inflazione, aumentando pertanto le spinte affinché la Fed innalzi i tassi come finora dichiarato. In questo secondo caso sarebbe pertanto favorito un apprezzamento del dollaro.


Scrive l’esperto che la differenza base tra i due ragionamenti, come si può vedere, non è tanto nell’imposizione di dazi su vasta scala (ipotesi 250Mld$ di beni), quanto piuttosto nell’aliquota applicata. “Se l’aliquota diventa molto alta” dice Cesarano “allora il timore dell’impatto sulla crescita si trasferisce a quello sul possibile rialzo dell’’inflazione”. Non a caso in questi giorni, l’avanzata dell’ipotesi aliquota al 25% si sta verificando in un contesto di tassi in rialzo soprattutto sul lungo termine (Treasury 10 anni nuovamente al 3%) e dollaro in apprezzamento.
Proprio lo yuan, dice l’esperto, è diventato il simbolo dell’acuirsi dello scontro tra le due superpotenze, continuando difatti a deprezzarsi, o meglio continua ad essere deprezzato, dal momento che il movimento appare molto stimolato e controllato dalla Cina in chiave di ritorsione contro i ventilati dazi. “Come già segnalato in altra sede “ scrive l’esperto “per poter controbilanciare il danno di circa 60Mld$ derivante da dazi al 25% su 250Mld$ di beni, occorre uno yuan intorno a 7/7,10, per avere un ritorno di pari importo da parte della Cina sui circa 500Mld$ di export complessivo vs gli USA”.


Ma c’è altro secondo Cesarano: il deprezzamento dello yuan diventa un innesco anche dell’appezzamento del dollaro verso le principali valute tra cui l’euro. “Il tempo “concesso” da Trump per le trattative scade il 5 settembre. In questo gioco negoziale è possibile che i toni siano molto più forti nella fase iniziale, quando ciascuna delle controparti cerca di mettere sul tavolo il livello massimo di minaccia potenziale. Pertanto, se fosse corretta l’ipotesi di yuna in area 7 vs dollaro, questo significherebbe che il dollaro potrebbe apprezzarsi vs euro fino a quando non si raggiungerà quel livello di yuan. Allo stesso tempo occorre però anche mettere in conto i possibili “twitt avversi” di Trump, ossia twitt che segnalano la contrarietà del presidente ad un dollaro troppo forte. In questo caso il movimento in apprezzamento del dollaro potrebbe essere frenato”.